C’era una volta il tempo 

Raffaela Rondini

 

Per raccontare la storia dell’umanità bisognerebbe conoscere un po’ di fatti, almeno i principali, disporli per benino su un filo narrativo e possibilmente pure cronologico.

La trama sarebbe certamente complessa perché tante cose sono successe e non sapremmo veramente da dove cominciare.

Una mano ce la potrebbero forse dare le Norne, le tre divinità nordiche che si occupano da tempi immemorabili di tessere la tela del destino dell’umanità, intrecciando con pazienza il filo di ogni essere umano a quello degli altri esseri umani.

Avremmo peraltro la fortuna di averle a nostra completa disposizione nella sala 102 al primo piano del Neues Museum, affrescate sulla seconda lunetta della finestra a sinistra e sopravvissute miracolosamente anche alla Seconda Guerra Mondiale.

Potremmo chiedere a Urd che è seduta presso una sorgente assieme ai suoi due cigni profeti ad incidere le rune sulle cose passate di svelarci qualche mistero ancora irrisolto, tipo chi diavolo abbia mai scritto l’Iliade e l’Odissea e se Omero sia veramente mai esistito, a Verdandi di illuminarci sul filo incomprensibile del nostro presente, mentre a Skuld raccomanderemmo di annaffiare bene l’albero del mondo, il mitico Yggdrasil, quello che ha le radici nel regno dei morti ed i rami nel paradiso degli dei per non avere in futuro altre brutte sorprese.

Il conforto di non essere soli nell’impresa di comprendere la Storia ci scalderebbe certamente il cuore e gli dei nordici sembrerebbero peraltro dei collaboratori discretamente affidabili, ma poi il pensiero di dover affrontare anche il concetto di durata ci squarcerebbe nuovamente di inquietudine.

Ogni volta che il tempo ha un pulsare preciso, come i battiti di un cuore sereno ci sentiamo quasi tutti, salvo i casi patologici, grosso modo al sicuro, così come tiriamo mediamente anche un gran sospiro di sollievo quando riusciamo a bloccarlo in una data. La nostra vera anima ci ricorda però sempre dal profondo di qualche anfratto di noi stessi che il tempo, oltre a contenere per noi un certo numero di regolari vicende umane e divine ha pure un suo stato naturale libero e puro, indipendente dalle nostre faccende e dal filare delle Norne e dare ascolto a questa voce profonda significherebbe lasciarlo, anche in questa circostanza quanto più possibile felice e spensierato a rincorrere le sfuggenti stelle nelle galassie infinite.

In nessun caso ci lasceremo qui comunque assalire da un’angoscia cosmica, o meglio nuoteremo inevitabilmente dentro di essa, ma incoscienti e spensierati.

Time is the fire in which we burn, diceva con voce nasale e sguardo intenso il Dr. Soran di Star Trek, citando il poeta Delmore Schwartz, Il tempo è il fuoco nel quale bruciamo.

Oltre al dottor Soran ed agli dei decine di menti eccelse fra filosofi, matematici, fisici e pensatori di tutte le epoche e culture si sono occupati di indagare il concetto di tempo, producendo teorie intelligentissime, vuoi onnicomprensive e rassicuranti, oppure, viceversa, frammentarie ed inquietanti, oppure, ancora, miste e, francamente, incomprensibili.

Molto è stato già detto e scritto e tanti sono stati così profondi nell’analisi che ci hanno anche lasciato la ragione.

A noi la ragione servirebbe, almeno per sbrigare le fastidiose incombenze del quotidiano e perciò non possiamo permetterci di seguire anima e pensiero nell’abisso del mistero filosofico del tempo.

Diremo solo spicciamente che il tempo è importantissimo, cosa peraltro risaputa: i bambini si lamentano che i compiti sono momenti sottratti al gioco, i lavoratori si sentono schiavizzati, chi possiede tempo, effettivamente, gode di una certa soddisfazione, ammesso che delle ore sappia poi cosa farsene. Nella sala 202 del Neues Museum, direttamente sopra a quella delle Norne, dedicata questa alle Province Romane, leggiamo che Cicerone sapeva abilmente dividere con sicurezza anche il tempo libero in quattro precise modalità: il tempo delle feste e dei giochi pubblici, quello degli intrattenimenti per il corpo e lo spirito, quello per i banchetti e quello per il gioco della palla e dei dadi. I Romani potevano così campare tranquilli, cullati dalle loro 180 festività annuali, dai teatri, dalle corse di carri, dai giochi di gladiatori e dalle cacce e contemporaneamente dare un senso alla vita giocando tutti compulsivamente, dall’imperatore agli schiavi a dadi.

Se pensiamo che il dado, in latino aleas, era intrinsecamente aleatorio, casuale, l’equilibrio esistenziale dei Romani oscillava quindi tra l’azzardo e la regola, fra il brivido dell’imperscrutabile destino ed il continuo tentativo di addomesticarlo o quanto meno di interrogarlo, così come accadeva, accade ed accadrà probabilmente per sempre del resto presso molte altre culture.

Uno dei primi colpi di mano delle rivoluzioni, delle dittature, per non parlare delle religioni è spesso quello di impadronirsi dei periodi cambiando i calendari.

Sfogliando alcuni cataloghi ufficiali dei nostri musei all’epoca della Repubblica Democratica Tedesca si noterà per esempio la scomparsa di Cristo dall’asse della storia.

Il succedersi degli anni veniva allora a Berlino socialisticamente accompagnato dalla sigla v. u. Z., che sta per vor unserer Zeit, ovvero prima del nostro tempo, e u. Z., unserer Zeit, ovvero del nostro tempo.

Sottintendere che la nostra fosse l’epoca di Cristo, ma non poterlo pronunciare fu peraltro uno dei numerosi capolavori logici della dittatura, un robusto allenamento per il popolo a scalare le vette dell’incongruenza. Ciò produsse però anche presto l’inaspettato quanto prevedibile effetto collaterale della nemesi del fantasma di Cristo innominato, ovvero una certa profondità religiosa, e forse persino la paradossale riscoperta teologica del Secondo comandamento: Non nominare il nome di Dio invano.

Appropriarsi della propria epoca innovando la datazione, dicevamo, è stata da sempre una tentazione irresistibile per tutti i popoli della storia e possedere un proprio calendario grande motivo di sicurezza.

Ogni religione, si sa, conta il tempo come crede ed abbiamo poi visto calendari giacobini e fascisti, che non ci scandalizziamo più di niente né possiamo pronunciare con universale sicurezza la semplice data di oggi.

Che imbrigliare il tempo potesse essere la chiave per aver un controllo sullo svolgimento di molti eventi e quindi uno strumento di potere fu un’intuizione decisamente precoce nella storia dell’umanità.

Un bellissimo esemplare di potere lo troviamo proprio qui sulla nostra isola nella sala 305 al terzo piano del Neues Museum. Si tratta del Goldhut, il cappello interamente d’oro del peso di 490 grammi, che ricorda quello del Mago Merlino e che racconta nelle sue incisioni una storia che dura 19 anni, ovvero la storia dettagliata del sole e della luna nei loro cicli completi che si ritrovano a coincidere solo ogni 19 anni.

Il prezioso strumento pare sia stato realizzato circa 1000 anni prima della nascita di Cristo in un’epoca ed in un luogo in cui ancora non si sapeva bene scrivere, ma certamente si osservava il cielo con immenso interesse per decadi, ci si tramandavano i risultati delle osservazioni di generazione in generazione e si disegnava anche molto.

Il più arcaico concetto di tempo si è incarnato negli uomini primitivi quindi proprio dal cielo ed è per questo che ancora oggi abbiamo forti sospetti che il tempo abiti preferibilmente fra le stelle e che se vogliamo avvicinarlo dobbiamo noi andarlo a trovare nel firmamento.

Prima che questo cappello fosse scoperto, cioè prima che il reperto sbucasse fuori all’improvviso dal mercato degli oggetti d’arte nel 1996, si pensava che il primo calendario astronomico fosse opera del 432 a.C. del greco Metone ed invece no, questa incredibile conoscenza era molto più antica.

In tutto il mondo si contano ad oggi quattro copricapo del genere e questo esposto a Berlino è il più prezioso ed importante.

L’ accesso al sapere astronomico, che serviva a prevedere le eclissi ed a stabilire i tempi di semine e raccolti era a quei tempi appannaggio di pochi, i quali perciò venivano rispettati ed adorati come capi di potere religioso e temporale. Il cappello era presumibilmente indossato dagli stessi in occasioni di particolari cerimonie e, così alto e luminoso com’è, sicuramente notato in lontananza dalla gente.

Un calendario d’oro in testa come simbolo di potenza è stata certamente una delle trovate più brillanti dell’umanità e noi siamo ancora oggi particolarmente ammirati da tanto ingegno.

Resta però il fatto che, comunque lo si voglia imbrigliare il tempo rimane da sempre a noi con buona pace di tutti, dall’alto dei cieli indomabile e sovrano.

Una tale sentenza tanto vera quanto spietata necessita di una colonna sonora che si rispetti. All’uscita della sala del cappello d’oro premiamo quindi subito il pulsante a sinistra ai piedi dell’imponente Corno dell’era del bronzo della sala 306 che riproduce uno stridulo barrito misto ad uno  scrosciare di oggetti metallici assieme ad un timbro di tromba un po’ stonata che serviva ad accompagnare i momenti più solenni della vita degli uomini primitivi e rimaniamo completamente stupefatti a vibrare col suono.

4 anni fa