Stadtbad Charlottenburg, ovvero il bagno pubblico

Raffaela Rondini

 

Berlino conta oggi un numero impressionante di piscine pubbliche e private di ogni genere e per ogni gusto. Ci sono fantomatiche isole tropicali, galleggiamenti per tutte le tasche e fantasie, vasche nei fiumi, nei laghi, templi supersonici per immersioni con sali o senza, colpiti da fasci di luci che dovrebbero stimolare e rintronati contemporaneamente dalla musica che dovrebbe calmare, o viceversa, vasche olimpioniche che più olimpioniche non si può, scivoli iperbolici, idromassaggi e cascate d’acqua a non finire e persino piscine secche trasformatesi in bar per chi l’acqua proprio non la sopporta, ma che in piscina vuole andare lo stesso. Ma prima di tutto ciò, ci chiediamo, cosa c’era? Il poeta alza la mano. Preparatissimo in materia di stabilimenti per la cura del corpo, ha il solo problema di chiamarli ancora alla vecchia maniera, ovvero bagni pubblici. E’ un po’ fastidioso come quelli che si ostinano a chiamare il cinema ancora cinematografo, ma se proviamo a protestare ci sfinisce con mille argomentazioni. In questo caso dobbiamo riconoscere che non si tratta di una capricciosa velleità linguistica perché intende veramente portarci a visitare l’ultimo bagno pubblico sopravvissuto di Berlino, tre vasche da bagno e sei docce, con annessi anche sauna e solarium che appartengono ancora a quella che è stata la seconda più antica piscina pubblica della capitale tedesca, e di certo una delle più belle, Stadtbad Charlottenburg, al numero 10 della Krumme Straße, la Strada Storta che sta dietro alla Deutsche Oper.

Questo Volksbadeanstalt, Istituto Balneare per il Popolo nacque nel 1898 per opera dell’architetto berlinese Paul Brating in perfetto jugendstil. Ancora oggi se ne ammira la facciata elegantemente ornata da pesci, conchiglie e piante acquatiche nel contrasto fra i mattoncini rossi tipici del gotico brandeburghese ed i lisci inserti bianchi. Tre piani di eleganza destinati all’igiene ed alla pulizia in una Berlino alla quale il bagno in casa era completamente sconosciuto. Al piano terra osserviamo delle belle finestre rotonde, e poi tre serie di trifore sobrie al primo piano, e decorate al secondo, intervallate da colonne bianche e lucide e da fregi a forma di onde. Il pesante ed ornato portone in ferro battuto è di un bel verdone, come le cornici delle finestre. Le decorazioni lucide sono bianche e verdi con delle punte di celeste. L’ingresso si presenta con un alto zoccolo di mattonelle bianche lucide, intervallate da bordure simmetriche celeste carta da zucchero ed oro. Le pareti sono di un bel color ocra tendente al marrone, mentre le volte ogivali sono di un bianco candido. Quest’entrata ci regala una suggestiva atmosfera di altri tempi, una solennità che si addiceva alle scuole, alle università e  forse anche a certi conventi, o a pregiati ospedali. Al momento della sua apertura il complesso vantava una vasca per il nuoto da 25 metri, poi negli Anni Venti iniziò il sistema di disinfezione dell’acqua tramite il cloro, di riscaldamento della stessa non più a vapore, ma direttamente dalla centrale elettrica di Charlottenburg e si dotò l’impianto di 40 vasche da bagno e 23 docce. Per nuotare uomini e donne andavano in piscina separatamente e solo dal 1933 vennero istituiti orari di bagno promiscui per le famiglie. Il complesso fu bombardato durante la guerra, ma già dall’agosto del 1945 era di nuovo in piedi con le sue docce e vasche da bagno e nell’ottobre dello stesso anno con la sua piscina. Poi le vasche vennero ridotte a 14 e le docce ad 8 negli Anni Ottanta, fino alle ultime 3 vasche e 6 docce dei primi anni del XXI° secolo. Fino ad una trentina di anni fa venivano ancora a farsi il bagno o la doccia anche trecento persone al giorno. Tre quarti d’ora in vasca costavano 4 marchi, l’asciugamano 2 marchi e la saponetta al legno di sandalo, incartata in un involucro raffigurante palme dei mari del sud 50 Pfennig. L’addetta alle vasche da bagno scriveva col gesso sulla lavagnetta fuori dalla porta della sala da bagno l’ora di entrata e dopo 45 minuti esatti veniva a bussare alla porta. A volte doveva pregare chi cantava sotto la doccia di rispettare la quiete di chi intanto faceva il bagno, ma questo accadeva di rado: sotto la doccia per lo più si canticchiava appena. Negli Anni Ottanta venivano ancora qui a lavarsi i lavoratori del carbone, di un nero proverbiale, che forse non avevano ancora il bagno in appartamento o ai quali più probabilmente le mogli vietavano di entrare in casa così conciati com’erano. In un’epoca in cui oggi praticamente tutti hanno il bagno ed i riscaldamenti non vanno più a carbone gli ultimissimi frequentatori dei bagni pubblici erano per lo più anziani con problemi di pressione che trovavano comodo il fatto che accanto alla vasca da bagno pubblica ci fosse la cordicella col campanello per dare l’allarme in caso di malore. Quando nel 1974 aprì qui accanto la nuova piscina olimpionica si cominciò a temere che la vecchia vasca sarebbe presto stata smantellata, ma una sua ragione di essere la Alte Halle, la vecchia sala, la trovò nel 1976, quando iniziò ad offrire per due volte la settimana con grande successo il nuoto senza costume. Si arrivò così al 1982, anno in cui venne dichiarata monumento nazionale. Il complesso è stato poi completamente restaurato dal 2006 al 2009. Ancora oggi possiamo allora nuotare in questa vasca di 25 metri, che oggi è completamente d’acciaio e soprattutto possiamo osservare le eleganti strutture celeste carta da zucchero e panna, i lampioni ai quali sono appese le vecchie lampade d’ottone, che ci riportano indietro ad una antica promenade balneare dei primi del Novecento. Gli affreschi alle pareti dei lati corti della vasca offrono alla vista rilassanti scene bucoliche di una grazia quasi quattrocentesca con una gradazione infinita di verdi del paesaggio che si specchia sempre nelle trasparenze dell’acqua. Persino la guardiola dei bagnini, anch’essa in muratura e ricoperta di mattonelle color panna, ha un armonioso ingresso ovale contornato da finestre bordate di verdone. La forma assolutamente insolita degli spogliatoi che corrono tutt’intorno, assieme alla balconata, il verde degli inserti che ben si sposa con quello naturale delle piante nei vasi, il contrasto coi colori tenui delle pareti e delle strutture in ferro azzurro, quell’aria di trasparente eleganza che arriva dal tetto, riescono poeticamente a spiegarci in un colpo d’occhio e con mezzi antichi i canoni della bellezza delle moderne lievi architetture contemporanee.

3 anni fa